Ragionamenti sul pentito che “svela” le leggi di Wall Street

Si può pensare veramente di “fare il lavoro di Dio”, come disse nel 2009 con discutibile senso della misura Lloyd Blankfein (amministratore delegato di Goldman Sachs), lavorando però “in un ambiente distruttivo e tossico”, come lo ha definito con non poca enfasi Greg Smith, il “pentito” della banca d’affari statunitense? Difficile, quasi impossibile. Certo è che in un momento di relativa calma sui mercati la lettera del signor Smith pubblicata due giorni fa dal New York Times (“Perché sto abbandonando Goldman Sachs”) ha riaperto il dibattito sulle leggi che regolano la finanza internazionale.
18 MAR 12
Ultimo aggiornamento: 01:26 | 12 AGO 20
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Si può pensare veramente di “fare il lavoro di Dio”, come disse nel 2009 con discutibile senso della misura Lloyd Blankfein (amministratore delegato di Goldman Sachs), lavorando però “in un ambiente distruttivo e tossico”, come lo ha definito con non poca enfasi Greg Smith, il “pentito” della banca d’affari statunitense? Difficile, quasi impossibile. Certo è che in un momento di relativa calma sui mercati, con i riflettori dell’opinione pubblica mondiale puntati soprattutto sul lassismo degli stati occidentali che da anni troppo spendono e sperperano, la lettera del signor Smith pubblicata due giorni fa dal New York Times (“Perché sto abbandonando Goldman Sachs”) ha riaperto il dibattito sulle leggi che regolano la finanza internazionale. In 1.270 parole, il pentito di Wall Street ha definito “distruttivo e tossico” il suo ambiente di lavoro, accusando la storica banca d’affari di macinare profitti a ogni costo, perfino a spese dei propri clienti. Ma dalle parti di Goldman Sachs replicano: “Non saremo perfetti, ma le critiche sono infondate”.

Non solo: dall’istituto guidato da Blankfein fanno sapere che il signor Smith in fondo è solo “uno dei tanti” – visto che gli “executive director” come lui sono 12.000, a fronte di 2.500 managing director e 33.000 impiegati in tutta Goldman Sachs – e che forse era pure frustrato per i bonus poco lauti ricevuti nel 2011. Invece secondo Giulio Sapelli, storico dell’economia e già membro di consigli d’amministrazione di società italiane e straniere, potremmo essere “di fronte a un nuovo caso Sherron Watkins”. E’ questo il nome della donna che nell’agosto 2001 mise in guardia il ceo di Enron, Ken Lay, paventando “l’implosione (del gruppo) in una ondata di scandali contabili”. Non fu ascoltata, e nel dicembre 2001 arrivò la bancarotta. Sherron all’inizio ricevette solo sberleffi, poi divenne addirittura personaggio dell’anno per la rivista Time. “E’ plausibile che Goldman Sachs abbia perso smalto, me lo hanno confermato a più riprese amici americani che furono dirigenti del gruppo”, dice al Foglio Sapelli.

“Lo spirito etico dell’istituto, al tempo delle sue origini 143 anni fa, era forte”. Come è possibile allora che oggi lo stesso istituto tradisca perfino il primo dei quattordici comandamenti etici di Goldman Sachs, quello per cui l’interesse del cliente è sempre al primo posto? “In un settore come questo, l’asimmetria informativa tra management e cliente è enorme. E ad ampliare questa distanza, tra il manager che sa quasi tutto e il cliente che gli si affida, contribuiscono una serie di regole come quelle sugli stipendi”. Ovvero: “Distribuendo ai top manager le cosiddette stock option, si sono incentivati comportamenti rivolti a profitti rischiosi e a breve termine, più che a investimenti a lungo periodo”. Conclusione di Sapelli: se a quasi quattro anni dal crac di Lehman Brothers siamo ancora a parlare di mancanza di regolamentazioni adeguate per la finanza, prendersela con l’avidità di qualche privato cittadino sarebbe quantomeno riduttivo se non fuoriluogo.

Più duro con Blankfein & co. è sicuramente il commentatore del manifesto Guido Viale: “Dalla lettera di Smith viene la conferma che Goldman Sachs è essenzialmente un’associazione a delinquere, e questo getta un’ombra sinistra anche su personaggi che ne hanno fatto parte e che ora sono alla guida di governi o Banche centrali, come è il caso di Mario Monti e Mario Draghi”. Eppure è dall’epicentro di Wall Street che viene la lettera di pentimento, con annessa critica all’evoluzione (o meglio involuzione, secondo Smith) di una certa cultura: “Questa non è cultura, nemmeno cultura aziendale – replica Viale – è soltanto un modo di lavorare”. Che tra l’altro all’ex leader sessantottino non piace alla radice: “Nemmeno fare l’interesse dei clienti è detto che sia una bella cosa, perlomeno quando i clienti non sono semplici depositanti ma grandi istituzioni e speculatori”. Detto ciò, la lettera del pentito di Goldman Sachs ha il merito di mettere in luce una certa “degenerazione di questo modo di lavorare, non a caso andata avanti di pari passo con il gonfiarsi della bolla speculativa che incombe sulle nostre economie”.